La Conferenza Unificata delle Regioni e delle Province autonome si è espressa sul ddl caregiver

Nel corso dell’iter legislativo, la Conferenza Unificata delle Regioni e delle Province autonome ha espresso il proprio parere sul del caregiver evidenziando al contempo alcuni apprezzamenti, ma anche rilevanti criticità. Si tratta di un parere favorevole, ma condizionato all’accoglimento di alcune proposte emendative avanzate dalla Conferenza. 

In premessa, si riconosce positivamente l’intento di definire per la prima volta una disciplina nazionale unitaria sul ruolo del caregiver familiare, sottolineando l’importanza di garantire un sistema di tutele omogeneo su tutto il territorio nazionale, superando l’attuale frammentazione normativa e amministrativa. Tale obiettivo, secondo il parere delle Regioni e delle Province autonome, costituisce un passo avanti indispensabile nella valorizzazione di una figura che svolge un ruolo cruciale nell’assistenza alle persone con disabilità, anziane e non autosufficienti. 

Ciononostante, accanto agli elementi positivi, il parere evidenzia alcune perplessità sul complessivo impianto del DDL. Anzitutto, le Regioni segnalano l’assenza di una riforma organica accompagnata dall’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) destinati a tutti i caregiver. Il provvedimento, difatti, si concentra su un «requisito quantitativo legato alle ore di assistenza», senza affrontare concretamente gli aspetti qualitativi e senza delineare alcun sistema di tutele universalistiche.

Altro aspetto critico riguarda il rischio di esclusioni e disparità di trattamento. La Conferenza osserva infatti che il DDL potrebbe non garantire un adeguato riconoscimento ad alcune categorie di caregiver, quali quelli non conviventi, i lavoratori, gli anziani o i minori, con il rischio di ampliare le disomogeneità invece di ridurle. 

Ancora, viene segnalata la prevalenza di un approccio di natura prevalentemente monetaria. Le risorse previste risultano in effetti concentrate pressoché esclusivamente sulla prestazione economica che verrà erogata dall’INPS, il che configurerebbe il provvedimento – secondo l’analisi della Conferenza – come una misura orientata al contrasto della povertà e al sostegno del reddito ma non alla costruzione di un sistema strutturato di welfare dedicato al sostegno dei caregiver. Questo rilievo si abbina a quello che evoca l’assenza di misure di carattere previdenziale, assicurativo, fiscale e lavorativo: ambiti in cui si potrebbero effettivamente prevedere misure più efficaci a favore dei caregiver.  

Infine, le Regioni e le Province autonome richiamano l’attenzione sulla mancanza di adeguati finanziamenti e coinvolgimento dei livelli territoriali. Il disegno di legge non prevede risorse dedicate per Regioni e Ambiti Territoriali Sociali, né valorizza le esperienze territoriali già in atto. A ciò si aggiungono obblighi procedurali considerati complessi, come la certificazione delle 91 ore di assistenza mensile. 

In generale, il parere restituisce un quadro articolato: da un lato la piena condivisione dell’obiettivo di riconoscere formalmente e tutelare i caregiver familiari; dall’altro, la necessità, fortemente rivendicata dalle Regioni, di una riforma realmente strutturale, sostenuta da risorse adeguate e capace di valorizzare il ruolo dei territori e le diversità delle situazioni di cura. 

Ciò che ha portato tre Regioni (Puglia, Campania e Sardegna) a esprimere parere negativo sul DDL e all’approvazione del parere favorevole soltanto a maggioranza. 

Un parere favorevole comunque condizionato – va ribadito – all’introduzione di alcune specifiche modifiche, legate per lo più alla certezza che le misure economiche previste dal DDL non vadano ad incidere sui bilanci di Regioni e Province autonome. 

Parallelamente al confronto con la Conferenza Unificata, il DDL è attualmente oggetto di un acceso dibattito parlamentare presso la XII Commissione Affari sociali della Camera dei deputati, dove sono in corso le audizioni con il Garante nazionale, i sindacati, nonché alcune associazioni e realtà rappresentative del mondo dei caregiver.

Nel corso dell’audizione del 24 marzo 2026, il Garante ha messo in evidenza criticamente la logica quantitativa che sorregge l’impianto normativo, auspicando l’utilizzo di indicatori sociali ritenuti più adeguati anche alla luce delle recenti modifiche normative.

Tra i sindacati, la CISL ha messo in luce l’esigenza di intervenire in maniera più organica, sottolineando che il percorso parlamentare deve colmare le persistenti criticità emerse anche all’interno del Tavolo tecnico interministeriale e garantire un sistema di tutele stabile e coerente con il Piano d’adozione triennale sulla disabilità appena adottato Si è ad esempio evidenziato – in modo condivisibile – la possibilità di riconoscersi la natura di caregiver anche a quanti rientrano in una «rete affettivo-amicale stabile», pur in mancanza di vincoli di parentela, nonché la necessità di sancire in via legislativa (dando seguito all’approdo della giurisprudenza: vedi sopra) il riconoscimento degli accomodamenti ragionevoli in ambito lavorativo per i caregiver.

Ancora più duri i toni della UIL che, nella memoria presentata ha affermato che il DDL definisce formalmente la figura del caregiver senza tradurre tale riconoscimento in diritti effettivi. In particolare, si è contestata la classificazione di caregiver basata su criteri esclusivamente quantitativi (le 91 ore settimanali di assistenza), ritenuti riduttivi e potenzialmente discriminatori, in quanto si tratta di parametri quantitativi che non riflettono necessariamente la complessità della cura. Analoghe critiche sono mosse all’impostazione generale, ritenuta burocratica e selettiva. 

Parimenti, la CGIL ha insistito sulla necessità di disporre di dati certi e aggiornati sulla platea dei caregiver, richiamando così l’attenzione sui rischi di disuguaglianze derivanti da un sistema di tutele debole e non adeguatamente sostenuto dai servizi pubblici. 

Infine, un contributo significativo è giunto dalle associazioni che hanno ribadito l’urgenza di superare approcci basati su convivenza, distanza o ore settimanali, proponendo un riconoscimento più aderente anche ai cambiamenti socio-familiari, inclusivo di legami affettivi non familiari. Le associazioni hanno sottolineato, inoltre, la necessità di rafforzare il welfare territoriale per ridurre il carico assistenziale sulle famiglie e di rivedere criteri ritenuti arbitrari, come ad esempio il limite dei 25 chilometri per i caregiver non conviventi. 

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